C' era una volta un ragazzo che non credeva in niente. Era nato a Sassuolo il 16 aprile 1941. Si chiamava Vittorio Messori. La sua famiglia era anticlericale. Il padre, poeta in dialetto emiliano e già milite della Repubblica Sociale, amava poco le sagrestie; la madre perfino di meno. Al liceo D'Azeglio di Torino, il ragazzo aveva sviluppato una composta ma ferma indifferenza al sacro. Poi erano arrivati i maestri alla facoltà di Scienze politiche: Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e Luigi Firpo. L'agnosticismo era diventato sistema, vocazione, orizzonte intellettuale. Vittorio Messori si preparava a una carriera da intellettuale laico. Era il 1964. Aveva ventitré anni.
Poi accadde qualcosa che lui stesso avrebbe sempre stentato a descrivere con le sole risorse della ragione. In un'estate torinese, mentre i suoi colleghi universitari si nutrivano di Freud e Marx, Messori lesse i Vangeli. Ne rimase folgorato. "Sono stato convertito da una forza imprevista e irresistibile", disse. I suoi professori reagirono come se fossero davanti a una crisi psichiatrica. Lo abbandonarono. Alcuni lo ripudiarono. Lui, per non dispiacere troppo a Bobbio e a Galante Garrone, cominciò ad andare a messa di nascosto. Ma non tornò indietro. Aveva capito, disse, che la cultura laica "risponde alle domande penultime: quelle politiche, culturali. Ma non ha risposte per le domande ultime, sul senso della vita e della morte".
Nel frattempo, dopo aver lavorato alle edizioni Sei dei Salesiani, diventò giornalista alla Stampa sera diretta da Alberto Ronchey. Nelle redazioni sessantottine, Messori visse il suo rovescio personale della storia: mentre mezzo mondo scopriva Marx, lui aveva appena scoperto il Vangelo. Aspettava, disse, "che il carnevale finisse". Osservava i colleghi, "figli della ricca borghesia torinese", che facevano i giacobini con i soldi di Agnelli, salendo sul tetto della Stampa a brindare il giorno in cui Mirafiori bruciava per un attentato. Annotava le storture. Una volta scrisse due cartelle sulla conferenza stampa di Peter Benenson, fondatore di Amnesty International, che parlava di Grecia, Cile, ma anche dei diritti calpestati nell'Est comunista, e trovò il pezzo sul giornale stampato epurato di ogni riferimento ai Paesi del blocco sovietico.
Anche la Chiesa viveva la sua ubriacatura. Il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino (sant'uomo e studioso illustre di patristica, annotò Messori, ma senza esperienza pastorale) aveva preso sul serio il mito della classe operaia, aperto ai "preti operai" in dolcevita antracite, scritto una lettera pastorale intitolata Camminare insieme. Insieme con chi? Con i comunisti, ovvio. Vendette la croce pettorale d'oro ricevuta in dono dai fedeli, sostituendola con una di legno. Quando andò al Seminario di Rivoli, i futuri sacerdoti lo accolsero in tonaca, col pugno chiuso, scandendo: "Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung". Messori era lì come cronista. Il Seminario si svuotò nel giro di pochi anni e l'immobile venne venduto. "Da allora", commentò Messori in seguito, "la diocesi di Torino ordina due preti l'anno. Quando va bene. Quando va male, uno. O zero del tutto".
Il primo libro, Ipotesi su Gesù, uscì nel 1976, dodici anni dopo la conversione. Era frutto di un lungo silenzio di letture e meditazione, fatto che già diceva qualcosa del suo carattere refrattario all'urgenza. Nelle classifiche della narrativa svettava Porci con le ali di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice. Eppure il volume di Messori, nella saggistica, arrivò primo, e in capo a due anni aveva venduto solo in Italia un milione di copie. Divenne uno dei tre titoli italiani del dopoguerra più tradotti al mondo, accanto al Nome della rosa di Eco e a Mondo Piccolo di Guareschi. Una compagnia non ovvia, ma significativa: anche Eco, anche Guareschi avevano a che fare con l'enigma della fede. Messori studiava la realtà storica di Cristo con gli strumenti dell'inchiesta giornalistica e la conoscenza approfondita delle fonti. Il lettore arrivava a capire quanto fosse razionale credere nella divinità di Gesù. È un libro che ha avvicinato molti scettici alla fede.
Nel 1984, Messori ottenne un'intervista eccezionale dal cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il dicastero che per secoli si era chiamato Sant'Uffizio. A partire da Ferragosto, Messori e Ratzinger si chiusero per tre giorni in una sala del seminario di Bressanone e da quella clausura volontaria nacque il Rapporto sulla fede. Uscì nella primavera del 1985 e fu uno scandalo. I teologi progressisti lo bollarono come manifesto della reazione: la teologia della liberazione veniva demolita, il postconcilio criticato con un'acutezza intollerabile. La reazione fu così violenta da costringere Messori a sparire per settimane. Un teologo lo denunciò ai tribunali ecclesiastici per avere "attentato alla tranquillità della Chiesa": l'accusa era di avere riferito, senza contraddirlo, il pensiero del braccio dottrinale del Papa.
Dieci anni dopo arrivò il secondo scoop. Giovanni Paolo II, che aveva letto il Rapporto, concesse a Messori il privilegio inedito di un libro-intervista con un Papa in carica. Varcare la soglia della speranza uscì nel 1994: oltre venti milioni di copie, traduzione in cinquantatré lingue, classifiche mondiali. Era il best-seller di un decennio in cui l'Occidente, dopo il crollo dei grandi sistemi ideologici, cercava nuove strade per dare senso alla vita. E visto che stiamo parlando di pontefici, sarà il caso di ricordare quanto Messori fosse rispettoso ma critico nella sostanza con la Chiesa di Papa Bergoglio, definito "sconcertante" per il modo in cui ritoccava la dottrina.
Chi era Messori, al netto della fede? Era un uomo schivo, incurante dei meccanismi della notorietà. Negli anni si era ricavato uno studiolo nell'abbazia millenaria di Maguzzano, sul Garda, tra olivi e cipressi. Lì, negli ultimi anni, aveva costruito pezzo per pezzo una cappella all'aperto dedicata alla Madonna dell'Ulivo. Sentirlo spiegare ogni dettaglio di quella costruzione era di un fascino irresistibile. Intorno al 1990, aveva lasciato Milano e si era trasferito stabilmente a Desenzano con la moglie Rosanna, morta nel 2022, a cui attribuiva una formazione culturale superiore alla sua: "Tre lauree lei, una sola io", diceva, con un orgoglio che era anche grande affetto. Aveva il temperamento del solitario. Ma era anche un polemista, quando lo riteneva necessario. La sua lettura del Sessantotto non era nostalgica né celebrativa. "Tutte le rivoluzioni, dall'Illuminismo in poi, sono fallite", disse una volta. "Con l'eccezione della rivoluzione sessuale". E spiegava: i ventenni del '68 erano diventati i quarantenni degli anni Ottanta, "la generazione più edonista, sfacciata, egoista e allupata del secolo", quella che aveva lasciato lo sconquasso nella vita affettiva e familiare, aumentando, credeva Messori, l'infelicità delle persone. La sua polemica sul Risorgimento, in cui non risparmiava Garibaldi né Cavour né Mazzini, gli valse accuse di oscurantismo. Le accettava con sovrana noncuranza. Aveva detto, richiamando Pascal: "Quanta distanza c'è, in me cristiano, tra il pensiero e la vita". È la confessione più profonda che potesse fare, perché lasciava vedere come la fede fosse una ferita sempre aperta e non certo un modo per appagare la coscienza.
Vittorio Messori è morto il 3 aprile 2026, Venerdì Santo, alle 21 e 10, nella sua casa di Desenzano sul Garda. Fra pochi giorni avrebbe compiuto ottantacinque anni. Aveva cominciato come un ragazzo che non credeva in niente. Era diventato lo scrittore cattolico più letto al mondo.

