Psicologo clinico, psicoterapeuta, psico-oncologo, fondatore di Fondazione Soleterre e autore del libro Adolescenza, parliamone - Educare all’amore per disarmare la violenza (Piemme), Damiano Rizzi affronta uno dei temi più urgenti del nostro tempo, il disagio degli adolescenti e il legame profondo tra vuoto educativo e violenza. Nel libro, arricchito dalla prefazione di Giulia Minoli, Rizzi intreccia esperienza personale, lavoro clinico e riflessione sociale, partendo da una convinzione precisa, la violenza non nasce all’improvviso, ma cresce nel silenzio, nell’assenza di ascolto e nella mancanza di educazione emotiva e affettiva. Dopo aver perso la sorella in un femminicidio nel 2013, Rizzi ha fondato anche l’associazione Tiziana Vive, impegnata al fianco di donne e bambini vittime di violenza. In questa lunga conversazione parla senza filtri di adolescenza, pornografia, social, patriarcato, salute mentale, educazione sessuo-affettiva e del rischio di una società sempre più incapace di ascoltare i giovani.
Nel libro lei parla molto di assenza e vuoto. È davvero lì che nasce la violenza?
“Esatto. È un’assenza strutturale e sistematica. Sicuramente dell’educazione alle relazioni, ma anche della psicologia pubblica. Oggi mancano psicologi gratuiti, accessibili alle famiglie, in grado di creare uno spazio di confronto e di ascolto reale. Manca proprio un’alfabetizzazione emotiva minima, cioè quei tre o quattro concetti fondamentali che aiutano le persone a stare meglio con se stesse e con gli altri. Noi diamo per scontato che amare, stare in relazione, gestire il conflitto, tollerare il rifiuto siano cose naturali. Non è così. Sono competenze che andrebbero insegnate. Quando non succede, si crea un vuoto enorme. Un vuoto che poi viene riempito in altri modi, dalla pornografia ai social, dalla rabbia fino alla solitudine e il dominio”.
Lei collega questo anche a un problema culturale molto profondo.
“Sì, perché ci piaccia o no, viviamo ancora dentro una cultura patriarcale che vede il potere nelle mani maschili e che non è disposta a mettere in discussione lo status quo. La psicologia apre all’ascolto, al riconoscimento dell’altro, all’accoglienza, alla vulnerabilità. Ma il modello culturale dominante è esattamente l’opposto, è un modello basato sulla prevaricazione, sul controllo, sulla forza e sul dominio. E quando si vive in una cultura così, è molto difficile costruire una società capace di ascoltare davvero le persone, soprattutto i giovani”.
Facendo un confronto tra i ragazzi di trent’anni fa e quelli di oggi sembra che la violenza sia aumentata in modo impressionante.
“Il mondo è completamente cambiato. Trent’anni fa, quando uscivamo di casa, il nostro universo era la strada, il quartiere, l’oratorio, gli amici reali. La nostra crescita passava attraverso i coetanei che vedevamo ogni giorno. Oggi invece un ragazzo vive costantemente in relazione con il mondo intero. Con i social può entrare in contatto con persone che vivono a Manhattan o a Dubai nel giro di un secondo e questo cambia tutto. Perché il paragone non è più con la realtà concreta della mia vita, ma con immagini idealizzate, irraggiungibili, spesso falsate”.
In sostanza, manca il “gruppo” come forma di protezione.
“Assolutamente. Noi siamo mammiferi che si proteggono nel gruppo. Quando il gruppo si sgretola, aumenta la paura, aumenta la fragilità e il senso di isolamento. I social danno l’illusione della connessione, ma spesso si tratta di una connessione cognitiva, non emotiva. E soprattutto per i nativi digitali l’identità virtuale e quella reale non sono separate. Sono continue. Se io vengo umiliato online, quella ferita è reale. Se vengo escluso online, quella solitudine è reale”.
Secondo lei gli adulti oggi stanno sottovalutando profondamente il disagio adolescenziale?
“Gli adulti non stanno ascoltando gli adolescenti. E quando non ascolti qualcuno, inevitabilmente finisci per giudicarlo. Si punta il dito contro i ragazzi, li si definisce fragili, persi, violenti, ma senza interrogarsi sulle responsabilità del mondo adulto. Spesso si usa un meccanismo psicologico molto semplice, la proiezione. Non riuscendo ad affrontare le proprie incapacità, si scarica tutto sulle spalle dei ragazzi”.
Lei parla anche di una società che risponde al disagio con il controllo.
“Sì. Tutte le politiche attuali parlano il linguaggio del controllo, della sicurezza, della repressione. Il messaggio è sempre, chiudere, contenere, controllare. Ma così non si costruisce nulla. Non si creano spazi di ascolto, non si creano luoghi di crescita, non si investe nella salute mentale. E allora è inevitabile che aumentino la rabbia, il senso di vuoto e la violenza”.
Lei definisce l’adolescenza il momento decisivo della vita.
“Perché è il momento in cui il ragazzo deve smettere di essere ciò che gli altri volevano che fosse. In psicologia parliamo di una vera e propria ‘uccisione psichica’ dell’identità infantile. Un adolescente deve mettere in discussione ciò che gli è stato trasmesso per costruire la propria identità. Ed è un passaggio difficilissimo sia per lui sia per i genitori”.
Per questo anche i genitori entrano in crisi?
“Nell’età dell’adolescenza, improvvisamente il figlio contesta, si allontana, si oppone. Ma è normale. Il lavoro dell’adolescente è esplorare mondi diversi per capire chi è davvero. Il problema nasce quando questa esplorazione avviene senza un porto sicuro. Un ragazzo deve sapere che può sperimentare, sbagliare, allontanarsi, ma che esiste comunque una base sicura a cui tornare”.
Oggi molti genitori fanno fatica a parlare di sesso, pornografia e consenso. Ancora oggi questi argomenti sono una sorta di tabù?
“Succede perché nessuno ha insegnato nemmeno a loro come farlo. Questi temi per decenni sono stati considerati proibiti, imbarazzanti, sporchi. Ma se la scuola iniziasse davvero a trattarli come materie fondamentali, esattamente come la matematica o la storia, nascerebbe una generazione nuova, più competente emotivamente”.
Infatti lei Insiste moltissimo sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
“Non possiamo lasciare tutto sulle spalle delle famiglie. Esistono quelle molto sane e presenti, ma ce ne sono altre completamente disfunzionali, attraversate dalla violenza o dal silenzio emotivo. Lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini. E proteggere significa anche insegnare alle persone a stare nelle relazioni. Per questo io credo che l’educazione sessuo-affettiva dovrebbe partire dalla materna e arrivare fino alle superiori”.
In effetti oggi molti ragazzi imparano l’affettività dalla pornografia. Quanto è grave questo fenomeno?
“È gravissimo. Oggi si accede al porno a otto anni. E il problema non è soltanto il porno in sé, ma il modello relazionale che trasmette, dominio, possesso, umiliazione, svalutazione del femminile. Molti ragazzi crescono pensando che amare significhi controllare, possedere, pretendere”.
Lei come psicologo ha avuto anche esperienze dirette.
“Sì, ho incontrato ragazzi che parlavano di ‘femminizzazione’ come di qualcosa di degradante. Ragazzi che vivevano l’ascolto, l’emotività, l’accoglienza come caratteristiche umilianti perché associate culturalmente al femminile. Questo significa crescere dentro un modello in cui l’uomo deve dominare, fare paura, schiacciare. E quando l’altro ti dice no, quel no viene vissuto come un’umiliazione personale”.
Ed è lì che nasce la violenza?
“Esatto, perché salta completamente l’idea che l’altro sia un individuo autonomo, con desideri, pensieri, sentimenti e libertà proprie. Se io non riconosco l’altro come individuo separato da me, allora il rifiuto diventa un’offesa personale, una ferita narcisistica insopportabile. E alla minima contrarietà si alza la mano, oppure il coltello”.
In tutto questo va inclusa anche la violenza verbale.
“Quella verbale non è una violenza minore. Non è una violenza in miniatura. Ci sono persone che non hanno mai alzato le mani ma hanno distrutto il partner attraverso il controllo, il disprezzo, l’umiliazione continua. Quando qualcuno pretende che tu sia diverso da ciò che sei, quando ti corregge continuamente, quando non ti accoglie mai veramente, lì c’è già violenza”.
Nel libro parla di “micro rituali educativi”. Che cosa sono?
“Piccoli gesti quotidiani da trasformare in abitudini sane. Alla fine di una conversazione, per esempio, dovremmo chiederci: mi sono sentito ascoltato o corretto? È una domanda fondamentale. Perché sentirsi ascoltati significa sentirsi accolti per ciò che si è, non per ciò che l’altro vorrebbe che fossimo”.
Per chiudere il cerchio alla fine lei dice una frase molto forte: “Il silenzio è il vero problema”.
“Perché le parole del potere, della politica trovano sempre il silenzio. E allora la propaganda diventa verità. I cittadini devono iniziare a chiedere il cambiamento. Per questo ho scritto questo libro: perché diventi un piccolo manuale di rivoluzione quotidiana”, la cosa fondamentale per iniziare a modificare questo fenomeno“.
Secondo lei c’è ancora speranza per tornare indietro da questa deriva o siamo in un punto di non ritorno?
“La grande fortuna del cervello umano è che è plastico. Prima si inizia meglio è, ma si può uscire dalla violenza in qualsiasi momento della vita. È possibile cambiare. Ma bisogna iniziare a farlo davvero a partire dalla scuola e dalla politica”.

