La carbonara, in Italia, non è semplicemente un piatto. È una faccenda quasi identitaria, materia da dibattito nazionale, tema capace di accendere discussioni più di molti talk show. E così non sorprende che lunedì 6 aprile torni il Carbonara Day, appuntamento che quest’anno festeggia i suoi primi dieci anni, confermando la longevità di una ricorrenza nata sul web e diventata ormai un piccolo rito collettivo.
D’altronde i numeri raccontano con chiarezza la portata del fenomeno. Secondo l’indagine realizzata da AstraRicerche per Unione Italiana Food su un campione di 1.004 italiani tra i 18 e i 65 anni, la carbonara è la ricetta di pasta preferita per quasi un italiano su due: il 46,1% la colloca infatti al vertice delle proprie preferenze. Un dato che la mette davanti a monumenti della tavola nazionale come spaghetti alle vongole e pasta al ragù, fermi poco sopra il 42%.
Più che una semplice preferenza gastronomica, sembra quasi una dichiarazione di appartenenza. La carbonara piace perché è buona, prima di tutto, e qui il verdetto è quasi plebiscitario: il 63,9% la considera irresistibile per la sua golosità. In fondo, la sua forza è proprio questa: una ricetta che non pretende di essere sofisticata ma che, con pochi ingredienti e una precisione quasi liturgica nell’esecuzione, riesce a mettere d’accordo generazioni, territori e abitudini diverse.
Colpisce, per esempio, che i suoi estimatori più convinti non siano necessariamente nel Lazio, ma nel Nord Italia: il 51% nel Nord-Ovest e addirittura il 54% nel Nord-Est. Un piccolo paradosso geografico che racconta quanto il piatto abbia ormai superato i confini della sua origine, diventando patrimonio nazionale ben prima che internazionale.
Eppure, quando si pronuncia la parola carbonara, il pensiero corre inevitabilmente a Roma. Per il 94,3% degli italiani il piatto resta simbolo della romanità, quasi una cartolina gastronomica della Capitale. Non a caso, per due italiani su tre, la miglior carbonara si mangia proprio lì, tra una trattoria di quartiere e una tovaglia a quadri che sembra fatta apposta per accompagnare il rito.
La carbonara, però, non vive solo nel piatto: abita anche l’immaginario quotidiano. È la pasta della tavolata con gli amici per il 36,3% degli intervistati, ma anche quella che sa di casa e tradizione familiare per il 30,4%. È lo “strappo alla regola” del fine settimana, la coccola concessa dopo una giornata complicata, il comfort food per eccellenza. In altre parole, più che una ricetta, è uno stato d’animo.
Naturalmente, dove c’è amore, c’è anche ortodossia. E qui il terreno si fa delicato. Gli italiani sembrano avere le idee piuttosto chiare sugli errori imperdonabili. In cima alla lista c’è lei, la grande eresia: la panna, giudicata il peccato più grave dal 34,9% del campione. Seguono l’uovo cotto troppo presto, con l’effetto frittata sempre in agguato, e l’uso di aglio o cipolla, elementi considerati quasi sacrileghi. Anche sostituire il guanciale con la pancetta continua a essere visto come una deviazione poco tollerabile.
È forse proprio questo equilibrio tra semplicità e dogma a spiegare il successo planetario del piatto. Pasta, uova, guanciale, pecorino e pepe: pochi ingredienti, facilmente reperibili, ma capaci di generare un risultato che continua a sedurre ben oltre i confini italiani. Non stupisce quindi che la carbonara sia oggi uno dei piatti più riconoscibili nei menu internazionali e uno dei più replicati. Del resto il successo di qualcosa o di qualcuno si misura anche dai tentativi di imitazione, non sempre riusciti.
Il Carbonara Day nacque dieci anni fa, in reazione al cosiddetto Carbonara-Gate, la prima rivolta web per una ricetta sbagliatissima, quella postata il 6 aprile 2016 dal sito francese Demotivateur, che conteneva tutti gli errori possibili e anche qualcuno innovativo, come cuocere in un tegame, tutto assieme, cipolla (!), pancetta (!), farfalle (!), immersi nell’acqua e poi prevedeva l’aggiunta di panna (!!), parmigiano (!), pepe e di un tuorlo crudo (!!). Una galleria degli orrori che dette il via alla riscossa della Carbonara. Forse, però, adesso anche meno.

