Perquisita la casa del camerunense: "Tornerò in Italia e parlerò"

Scritto il 11/07/2026
da Luca Fazzo

Il factotum di Lavitola in Africa: "Non sono fuggito. L'auto alla banda? Mia, ma è tutto sbagliato"

"È tutto sbagliato, è tutto sbagliato", ripete Gomes Clesio Tavares, il factotum di Valter Lavitola, accusato con lui di strage aggravata dal metodo mafioso per l'attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso 16 ottobre. Risponde al telefono dal Camerun, suo paese d'origine, dove, secondo i pm, sarebbe fuggito dopo la bomba al conduttore di Report, con l'aiuto dello stesso Lavitola, che, come lui, nega questa ipotesi. "Io scappato? Ma perché mai? Tra un mese tornerò in Italia e parlerò", dice al Giornale. Parlerà con i magistrati? "Sì, perché io non c'entro niente con tutto questo". Ieri i carabinieri del nucleo investigativo di Roma però hanno perquisito la casa dove vive con la compagna, nel napoletano, e hanno sentito la donna come testimone. Anche lo stesso Lavitola, come rivelato dal Giornale, era pronto a lasciare l'Italia per raggiungere il suo assistente. Aveva già acquistato il biglietto aereo. A quanto si apprende la perquisizione - la sera del 4 luglio - sarebbe scattata dopo che gli investigatori lo hanno visto uscire di casa con un trolley.

Tavares, e lei perché ha lasciato l'Italia dopo l'attentato? "Per lavoro. Anche adesso sto lavorando, e non posso parlare con i giornalisti". Sta lavorando ai progetti sui carbon credits di cui ha parlato Lavitola? "Sì", risponde secco Clesio Tavares. Secondo la Procura di Roma il camerunense sarebbe stato però l'intermediario tra l'ex editore de L'Avanti e gli esecutori materiali dell'azione contro il giornalista. Avrebbe "contattato" lui la banda di Avellino formata da Pellegrino D'Avino, la compagna, Saverio Mutone e Antonio Passariello, tutti arrestati. Per i pm il factotum di Lavitola manteneva "da tempo rapporti di amicizia con D'Avino", l'uomo che avrebbe "procurato l'esplosivo". "Certo, ma perché io sono il padrino di suo figlio", precisa il camerunense. "Non c'entro niente", ripete. Per chi indaga avrebbe anche "messo a disposizione" del gruppo l'auto in uso a lui e alla compagna, una Renault Megane, che non è quella usata poi la sera dell'attentato. La macchina "l'ho solo prestata" come capitava, visto il rapporto di amicizia, precisa ancora Clesio Tavares. Ma c'è anche l'altro "rilevante indizio" valorizzato dai pm. Il faccendiere e il suo tuttofare, come risulta dalle celle telefoniche, il 15 settembre scorso, un mese prima dell'attentato, si sarebbero trovati "nei pressi dell'abitazione di Ranucci" per un "sopralluogo". Il camerunense ci dice di non ricordare quella data, "sicuramente a settembre sono tornato dal Camerun e ripartito poco dopo perché era morto mio padre. Scusi non posso più parlare, sto lavorando". Ma lei conosce Ranucci? "E chi non lo conosce?", risponde.

Il factotum sarebbe anche stato citato da D'Avino, durante il suo arresto. Avrebbe detto al suocero di allertare Tavares affinché avvisasse "quell'altro", che per i pm sarebbe Lavitola.

Gli inquirenti non escludono al momento alcuna pista, compresa quella a cui Ranucci crede invece molto di più: un'intimidazione legata alle inchieste di Report, in particolare per quella mandata sugli affari opachi di un cantiere navale. Ieri i pm hanno sentito il giornalista che ha firmato il servizio, Daniele Autieri.