Bisogna ambientarla bene la storia di Mohammed Saidi, l’algerino che giovedì a Milano ha sfregiato a vita una ragazza, per capire come sia stata possibile.
Per capire come un pericolo pubblico - evidente, conclamato - sia passato incolume nelle maglie larghe della giustizia e della sicurezza di Stato, libero di colpire a suo piacimento.
Perchè Saidi non sbuca dal nulla, non è uno dei tanti fantasmi che si materializzano all’improvviso.
Una manciata di ore prima di rovinare la sua vittima, Saidi era nelle mani dello Stato. C’erano tutti i requisiti perchè ci restasse. Non è accaduto.
Per ambientare la storia bisogna conoscere le aule delle «direttissime» al piano terra del palazzo di giustizia di Milano. È lì che arriva Saidi in manette giovedì mattina, ed è da lì che esce senza manette poche ore dopo. Sono le aule dove approda la risacca notturna della città, i crimini cui danno la caccia gli equipaggi delle Volanti: spacciatori, ladri d’appartamento, piccoli rapinatori.
A sostenere l’accusa un magistrato onorario, un precario pagato a cottimo.
Al giudice il compito arduo di decidere al volo se l’accusato che gli sta davanti è un disgraziato da liberare o un delinquente di mestiere da spedire in cella. Quando è il turno di Saidi, un poliziotto racconta al giudice cosa è successo: lo hanno fermato alle cinque del mattino, mentre sfondava le auto vicino a Porta Venezia per rubare quel che capitava. Danneggiamento, tentato furto.
Probabilmente non ci sarebbe il motivo di tenerlo in cella.
Ma nel rapporto dei poliziotti c’è un dettaglio in più: addosso Saidi aveva già altra refurtiva, roba presa da un’auto scassinata a qualche chilometro di distanza. Furto aggravato, tentato furto, danneggiamento: e soprattutto il rischio concreto che appena liberato l’uomo torni a colpire, anche perché - come spiega lui stesso al giudice - non ha un lavoro. Ci sarebbero tutti gli estremi per tenerlo in carcere. Ma il giudice lo libera. Avrà pesato il fatto che è incensurato. Avranno pesato le condizioni inumane che lo avrebbero atteso a San Vittore. Sta di fatto che lo mettono fuori. Quasi surreale l’unica misura cautelare che gli impone il giudice: divieto di restare a Milano.
Ma chi lo controlla? Che senso ha dare un divieto di dimora a uno senza fissa dimora? Infatti Saidi ad andarsene da Milano non ci pensa neanche e torna a vagare per la città. Fino a riapparire, poche ore dopo, nella stazione del metrò di piazza del Duomo.
Dove scatena l’orrore.
Domanda inevitabile: non poteva pensarci la polizia? Giovedì, dopo l’udienza che scarcera Saidi, perché non è stata la Questura a prenderlo in carico, e a trasferirlo nel centro di identificazione e di espulsione di via Corelli, il Cie, in attesa di imbarcarlo su un volo per Algeri? E qui la risposta costringe a infilarsi nei meandri imperscrutabili della giustizia, che a volte sembrano fatti più per complicare che per risolvere. Saidi non è stato portato al Cie per il semplice motivo che non poteva essere espulso. E non poteva essere espulso, pur essendo clandestino e delinquente, perchè il giudice gli aveva concesso i «termini a difesa». Per consentirgli di discolparsi delle accuse è stata fissata un’altra udienza, il prossimo 17 settembre (con calma, perchè le ferie incombono).
Quindi fino a settembre Saidi aveva il diritto di restare in Italia, in attesa di un’udienza cui non si sarebbe mai presentato. Non è automatico, non è sempre così. In altri casi, nella stessa udienza in cui il giudice convalida il fermo rilascia il nulla osta per l’espulsione, e dal palazzo di giustizia l’imputato viene spostato direttamente in via Corelli. Stavolta no.
C’è andata di mezzo una ragazza di ventitré anni, che si porterà a lungo le ferite nel volto e nell’anima. Poteva andare peggio, vista la rabbia folle che ha armato la mano di Saidi nel mezzanino del metrò.
Poteva anche colpirla alla gola e ammazzarla. Così, senza senso, per rabbia.
Ma lì, nella catena di montaggio dell’aula delle direttissime, chi poteva prevederlo? Perché, come dice un collega del giudice, «col senno di poi siamo tutti bravi».
Le auto danneggiate, il fermo e poi la libertà. Le storture del sistema a favore di Saidi
Scritto il 11/07/2026
da Luca Fazzo

