Un accordo Usa-Iran è in fase di finalizzazione. Mentre Donald Trump e le autorità di Teheran alternano aperture e dure minacce, l'emittente televisiva araba Al Arabiya rivela che sono in corso lavori per limare il testo di un'intesa per porre fine alla guerra in Medio Oriente, e l'annuncio potrebbe arrivare «entro poche ore». La tv spiega che il capo dell'esercito pachistano, Asim Munir, valuta di recarsi in Iran oggi per annunciare la versione definitiva del documento. Il presidente americano, da parte sua, ripete che «l'Iran ora ci rispetta. Lo finiamo o firmeranno? Vedremo cosa succede, vogliono un accordo disperatamente».
Parlando ai cadetti della Coast Guard Academy, il comandante in capo assicura comunque di «non avere fretta», nonostante tutti dicano il contrario facendo riferimento alle elezioni di metà mandato. E ripete che gli Stati Uniti «sono stati 19 anni in Vietnam, 12 in Iraq, 7 anni in Corea. Noi siamo in Iran da tre mesi e la maggior parte del tempo è trascorsa con il cessate il fuoco». L'altra notte, secondo quanto riporta Channel 12, Trump ha avuto una conversazione telefonica con il premier israeliano Benjamin Netanyahu descritta come «prolungata e drammatica». «Netanyahu - raccontano i media americani - era su tutte le furie». L'inquilino della Casa Bianca, tuttavia, assicura che l'alleato «farà quello che voglio. È una brava persona e non è trattato bene» nel suo paese. Mentre il ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita Faisal bin Farhan «auspica che l'Iran colga l'opportunità per evitare le pericolose conseguenze di un'escalation e risponda con urgenza agli sforzi per far progredire negoziati che portino a una pace duratura nella regione e nel mondo». Allo stesso tempo, esprime apprezzamento «per la decisione di Trump di dare alla diplomazia la possibilità di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».
Teheran, invece, accusa gli Usa affermando che «cercano di scatenare un nuovo conflitto»: «Le mosse del nemico, sia palesi che clandestine, dimostrano che nonostante le pressioni economiche e politiche, non ha abbandonato i propri obiettivi militari», afferma il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, avvertendo che il suo Paese «non cederà mai alle intimidazioni, in nessuna circostanza» e che «dobbiamo rafforzare i nostri preparativi per una risposta efficace ed energica a qualsiasi potenziale attacco».
Intanto, il New York Times rivela un retroscena riguardante i primi giorni dell'operazione Epic Fury. Secondo il giornale, Usa e Israele entrarono in guerra avendo in mente una persona in particolare come loro futuro interlocutore a Teheran: Mahmoud Ahmadinejad, l'ex presidente noto per le sue posizioni intransigenti (oltre che anti-americane e anti-israeliane). Pochi giorni dopo che gli attacchi dell'Idf hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e altri alti funzionari del regime, Trump ha ipotizzato pubblicamente che sarebbe stato meglio se «qualcuno dall'interno» dell'Iran avesse preso il potere. Il piano, elaborato dallo Stato ebraico e sul quale Ahmadinejad era stato consultato, fallì rapidamente, come riferito da funzionari statunitensi, poiché l'ex presidente rimase ferito il primo giorno di guerra e, pur sopravvissuto all'attacco, si disilluse sul cambio di regime. Il piano, finora sconosciuto, era parte di uno schema a più fasi per rovesciare il governo teocratico iraniano, ed era ad alto rischio, visto che persino alcuni collaboratori di Trump ritenevano l'ipotesi inverosimile.

