Non solo Beatrice. Da Diana Pifferi a Samuele Lorenzi e Loris Stival: le storie dei bambini che hanno sconvolto la cronaca italiana

Scritto il 11/07/2026
da Roberta Damiata

Da Giuseppe Dorice a Fortuna Loffredo: bambini uccisi, maltrattati o abbandonati proprio da chi avrebbe dovuto proteggerli. Storie diverse che, negli anni, hanno sconvolto l’Italia. Proprio come quella della piccola Beatrice Rao

Beatrice aveva due anni quando, il 9 febbraio 2026, è stata trovata senza vita nel suo lettino a Bordighera. A cinque mesi dalla morte, gli esiti dell’autopsia restituiscono un quadro ancora più drammatico, la bambina era malnutrita da almeno un anno, presentava lesioni ed emorragie in diverse parti del corpo e nei polmoni sarebbe stata rilevata una quantità di nicotina non compatibile, secondo quanto riportato, con la sola esposizione al fumo passivo. Tra gli elementi acquisiti durante le indagini c’è anche un video in cui la piccola viene costretta a fumare una canna mentre gli adulti presenti la deridono. Due elementi distinti, da una parte la nicotina rilevata dagli esami, dall’altra il filmato finito agli atti dell’inchiesta. Ma quella di Beatrice, purtroppo, non è l’unica storia. Negli ultimi anni, altri bambini sono stati vittime di violenze, maltrattamenti e abbandoni, spesso proprio tra le mura di casa e per mano di chi avrebbe dovuto proteggerli. Nomi e volti entrati nella memoria collettiva, storie che hanno sconvolto l’Italia e lasciato, ogni volta, la stessa domanda; come è stato possibile?

Beatrice, due anni: l’autopsia e le ultime rivelazioni

Beatrice fu trovata morta nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 2026. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, a provocarne la morte sarebbe stata una violenta emorragia cerebrale causata da un trauma alla testa. Le ultime risultanze dell’autopsia hanno però delineato un quadro ancora più grave. La bambina sarebbe stata malnutrita da almeno un anno e presentava emorragie ai reni e all’intestino, oltre a quella cerebrale risultata fatale. Secondo quanto riportato, avrebbe potuto essere salvata se qualcuno avesse chiamato tempestivamente i soccorsi. Gli esami avrebbero inoltre rilevato nicotina nei polmoni. Un elemento che si aggiunge a quanto già emerso dalle carte dell’inchiesta e, in particolare, al video in cui il compagno della madre avrebbe costretto la piccola a fumare hashish. La madre di Beatrice è in carcere con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Il compagno della donna è stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della bambina. Le indagini hanno ricostruito, secondo l’accusa, un contesto di violenze e degrado che avrebbe coinvolto anche le sorelle maggiori della piccola. Proprio le parole delle sorelle hanno contribuito alla ricostruzione delle ultime ore di vita di Beatrice. La madre, interrogata dal gip, ha negato di avere picchiato le figlie. Il compagno si è invece avvalso della facoltà di non rispondere. Il procedimento è ancora in corso e le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie.

Diana Pifferi, lasciata sola in casa per sei giorni

A quattro anni di distanza dalla morte della piccola Diana Pifferi, il suo caso è tornato di strettissima attualità. Il 25 giugno 2026 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 24 anni di reclusione per la madre Alessia Pifferi. Diana aveva meno di un anno e mezzo quando, nel luglio del 2022, fu lasciata sola nell’appartamento di via Parea, a Milano. La madre si allontanò per sei giorni. Quando tornò, la bambina era morta di stenti. Il caso suscitò un’enorme ondata di indignazione. In primo grado Alessia Pifferi era stata condannata all’ergastolo. La pena era stata successivamente ridotta a 24 anni in appello con il riconoscimento delle attenuanti generiche. Il 25 giugno scorso la prima sezione penale della Cassazione ha rigettato sia il ricorso della Procura generale sia quello della difesa, rendendo definitiva la condanna a 24 anni. La vicenda di Diana resta una delle più sconvolgenti degli ultimi anni proprio per la dinamica della sua morte.

I quattro fratelli di Bergamo e le accuse di torture

È del 2026 anche il caso dei quattro fratelli della provincia di Bergamo. Una donna di 38 anni è stata arrestata con le accuse di maltrattamenti e tortura nei confronti dei suoi quattro figli minorenni. Secondo l’accusa, i bambini sarebbero stati sottoposti per anni a violenze fisiche e psicologiche, botte e umiliazioni. Tra le condotte contestate ci sarebbe anche quella di avere spento sigarette sui loro corpi. La donna si trova in carcere dal 17 aprile 2026. La vicenda è emersa pubblicamente all’inizio di giugno, quando il gip di Bergamo ha confermato la custodia cautelare dopo l’interrogatorio di garanzia. Anche in questo caso si tratta di un procedimento in corso e le accuse dovranno essere accertate definitivamente in sede giudiziaria.

Giuseppe Dorice, sette anni, ucciso a Cardito

Giuseppe Dorice aveva sette anni quando morì a Cardito, in provincia di Napoli, nel gennaio del 2019. Il bambino fu ucciso dopo essere stato colpito violentemente dal compagno della madre. Anche la sorellina subì gravi violenze. Per l’omicidio di Giuseppe e il tentato omicidio della sorella, Tony Essobti Badre è stato condannato in via definitiva all’ergastolo. Il caso è tornato di attualità anche nel 2026. Il 1° aprile la Corte d’Assise d’Appello ha condannato la madre del bambino, Valentina Casa, a 30 anni di reclusione, riducendo la pena dell’ergastolo inflitta in primo grado. La donna è stata ritenuta responsabile, sotto il profilo omissivo, dell’omicidio del figlio e del tentato omicidio della figlia. La morte di Giuseppe sconvolse l’Italia per la violenza delle percosse e per il fatto che anche la sorella fosse stata coinvolta in quello stesso contesto.

Evan, 21 mesi: mesi di percosse e maltrattamenti

Evan aveva appena 21 mesi quando morì il 17 agosto 2020 a Rosolini, nel Siracusano. Secondo l’accusa, il bambino era stato sottoposto a percosse e maltrattamenti continui. Morì per una grave insufficienza cardiorespiratoria da broncopolmonite da aspirazione che, secondo i periti, era riconducibile alle lesioni subite nel corso dei mesi. Per la morte del bambino sono stati condannati all’ergastolo la madre, Letizia Spatola, e Salvatore Blanco, all’epoca compagno della donna. Nel giugno del 2024 la Corte d’Appello di Catania ha confermato la condanna all’ergastolo per entrambi. Secondo la ricostruzione dell’accusa, le lesioni fatali furono inflitte dall’uomo mentre la madre non intervenne. La vicenda di Evan fu segnata anche dalle segnalazioni e dalle richieste di aiuto che, secondo quanto raccontato dalla famiglia del bambino, avevano preceduto la sua morte.

Leonardo, 20 mesi, ucciso a Novara

Aveva poco meno di 20 mesi Leonardo quando morì a Novara nel maggio del 2019. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il bambino era sottoposto da tempo a maltrattamenti. A provocarne la morte furono le violenze subite. Per l’omicidio e i maltrattamenti furono processati la madre, Gaia Russo, e l’allora compagno Nicola Musi. Nel 2021 la Corte d’Assise di Novara li condannò all’ergastolo. Secondo l’accusa, Leonardo fu picchiato a morte dal compagno della madre, mentre la donna avrebbe consentito che le violenze continuassero. Il corpo del bambino raccontava, secondo gli inquirenti, una storia di maltrattamenti che non sarebbe cominciata il giorno della sua morte.

Fortuna Loffredo, sei anni, e l’orrore del Parco Verde

Fortuna Loffredo aveva sei anni quando morì il 24 giugno 2014 nel Parco Verde di Caivano. Inizialmente si pensò a una caduta accidentale. Le indagini portarono invece alla scoperta di una realtà molto diversa. La bambina era stata vittima di abusi sessuali ed era stata uccisa. Per l’omicidio di Fortuna è stato condannato all’ergastolo Raimondo Caputo, ritenuto colpevole di aver abusato della bambina e di averla scaraventata dal terrazzo dell’ottavo piano quando lei si ribellò all’ennesima violenza. Dalle indagini e dal processo emerse un quadro di ripetuti abusi sessuali che aveva coinvolto anche altre bambine. La morte di Fortuna trasformò il Parco Verde nel simbolo di un orrore rimasto nascosto per troppo tempo. Nel 2019 divenne definitiva anche la condanna a dieci anni inflitta a Marianna Fabozzi per concorso negli abusi sessuali su una delle proprie figlie, commessi da Raimondo Caputo.

Antonio Giglio, morto nello stesso palazzo un anno prima

Un anno prima di Fortuna, nello stesso complesso del Parco Verde, era morto un altro bambino. Antonio Giglio aveva quattro anni quando, il 28 aprile 2013, precipitò dalla finestra di un’abitazione del Parco Verde. Dopo gli sviluppi delle indagini sulla morte di Fortuna, anche il caso di Antonio fu riesaminato. Nel processo per la morte di Antonio, nel 2021 la madre Marianna Fabozzi, accusata di omicidio volontario, fu assolta per non avere commesso il fatto. Nello stesso procedimento fu assolto anche Raimondo Caputo dall’accusa di favoreggiamento. La morte di Antonio resta quindi una vicenda distinta da quella di Fortuna, anche se gli sviluppi delle indagini sulla bambina portarono a nuovi accertamenti anche su quanto era accaduto un anno prima nel Parco Verde.

Loris Stival, otto anni, ucciso a Santa Croce Camerina

Il 29 novembre 2014 Loris Stival, otto anni, fu ucciso a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa. Il suo corpo venne ritrovato in un canalone in contrada Mulino Vecchio. Per l’omicidio e l’occultamento del cadavere fu accusata la madre, Veronica Panarello. Nel novembre del 2019 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 30 anni di reclusione. Il caso Loris ebbe un’enorme risonanza mediatica e fu segnato da versioni contrastanti e lunghi passaggi investigativi e processuali. Alla fine del percorso giudiziario, la responsabilità della madre è stata definitivamente stabilita dalla Cassazione.

Samuele Lorenzi e il delitto di Cogne

Tra i casi che più profondamente hanno segnato la cronaca italiana c’è quello di Samuele Lorenzi. Era il 30 gennaio 2002 quando il bambino, tre anni, fu trovato gravemente ferito nel letto dei genitori nella villetta di Montroz, a Cogne. Morì poco dopo. Le indagini si concentrarono sulla madre, Annamaria Franzoni. Il processo attraversò anni di perizie, ricostruzioni, dibattiti e un’attenzione mediatica senza precedenti. Condannata a 30 anni in primo grado, Franzoni vide la pena ridotta a 16 anni in appello con la concessione delle attenuanti generiche. La condanna divenne definitiva. L’arma del delitto non è mai stata ritrovata. A oltre vent’anni di distanza, il delitto di Cogne resta uno dei casi di cronaca nera più noti e discussi della storia italiana recente.

Storie diverse, la stessa domanda

Beatrice, Diana, Giuseppe, Evan, Leonardo, Fortuna, Antonio, Loris, Samuele. Nomi, età, città e vicende giudiziarie diverse. Non tutti questi casi sono uguali e non possono essere sovrapposti. Alcuni riguardano omicidi con condanne definitive, altri procedimenti ancora in corso, altri ancora vicende riaperte dalle indagini e concluse con assoluzioni. Ma a unirli è la fragilità delle vittime. Bambini piccolissimi, spesso incapaci di chiedere aiuto, di raccontare ciò che stava accadendo o di sottrarsi alla violenza.