The winner takes it all, il vincitore prende tutto. La condanna a 8 mesi dell'ex sottosegretario Andrea Delmastro per la rivelazione a un collega di partito di informazioni "a divulgazione limitata" arriva per un non reato, senza dolo. Lo dice la Procura di Roma, lo ribadisce la Procura generale, lo dicono magistrati che conoscono la materia come l'ex Dap Sebastiano Ardita. Ma la Corte d'Appello di Roma, quasi in omaggio a una separazione delle carriere scongiurata, la pensa diversamente. È allora è lecito pensare sia un messaggio al centrodestra.
Sono passati due mesi dalla sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, con l'asse Pd-M5s-magistratura che si è ormai stratificato nella comune lotta per lo status quo, per le leggi che a destra si applicano e a sinistra si interpretano. A pensar male si fa peccato ma non è ancora reato, per ora almeno. I guai giudiziari per l'ex sottosegretario sono appena iniziati, è facile che pagherà cara la leggerezza con cui si è messo in affari (smenandoci 40mila euro) con un presunto prestanome della cosca Senese, come consigliato da qualche suo incauto collaboratore che poi lo ha fotografato di nascosto mentre festeggiava la promozione di un importante dirigente del Dap rimasto finora fuori dalle indagini. Anche se di riciclaggio non c'è neanche l'ombra, visto che soldi della camorra non ne sono mai transitati ma tant'è.
Chi (non) tocca il 41bis muore, questo è l'altro segnale pericolosissimo che questa sentenza manda al mondo politico, proprio mentre per disinnescare la perenne emergenza carceri il governo e Delmastro stavano lavorando a una riorganizzazione dei penitenziari dopo aver rimpolpato le fila degli agenti e designato sette istituti di pena per l'espiazione del carcere duro a boss e terroristi. La colpa di Delmastro non è aver rivelato il classico segreto di Pulcinella ma di aver documentato la saldatura tra la criminalità organizzata e quella comune ma non meno pericolosa per l'abolizione del carcere duro, tanto cara al Pd. Sono anni che in Parlamento si discute di delegazioni di parlamentari che si fermano a discutere coi singoli detenuti, in spregio all'interpretazione più genuina dell'articolo 67 della legge 354 del 1975 che prevede sì la facoltà di entrare in carcere senza bisogno di alcuna autorizzazione ma senza affrontare questioni processuali o discutere coi detenuti delle indagini che li riguardano. Il 31 gennaio 2023 la delegazione Pd composta da Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando prima di parlare con l'anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame a Sassari contro il 41bis, avrebbe discusso di carcere duro con alcuni boss mafiosi (tra cui l'artificiere di Capaci). Alla luce di queste rivelazioni è sembrata una resa, più che una visita. Tanto che lo scorso febbraio lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio ha dovuto bacchettare attraverso i presidenti di Camera e Senato due grillini (e chi, sennò?) che si sarebbero fermati a discutere di un processo con una detenuta per omicidio a Verona.
E intanto la lotta alla vera mafia invisibile passa in secondo piano, la borghesia mafiosa che sposta capitali all'estero e che si è fatta ricca col Superbonus di grillina memoria continua indisturbata perché appena sfiorata dalle indagini della magistratura, la stessa che molti anni fa avrebbe sorvolato per mero interesse o per sciatteria su inchieste costate la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che di contro, per anni, ha inseguito fantasmi e fantasie.