Le auto danneggiate, il fermo e poi la libertà. Le storture del sistema a favore di Saidi

Scritto il 11/07/2026
da Luca Fazzo

Irregolare, non è stato mandato al Cie Era atteso per l'udienza a settembre

Bisogna ambientarla bene la storia di Mohammed Saidi, l’algerino che giovedì a Milano ha sfregiato a vita una ragazza, per capire come sia stata possibile.
Per capire come un pericolo pubblico - evidente, conclamato - sia passato incolume nelle maglie larghe della giustizia e della sicurezza di Stato, libero di colpire a suo piacimento.
Perchè Saidi non sbuca dal nulla, non è uno dei tanti fantasmi che si materializzano all’improvviso.
Una manciata di ore prima di rovinare la sua vittima, Saidi era nelle mani dello Stato. C’erano tutti i requisiti perchè ci restasse. Non è accaduto.
Per ambientare la storia bisogna conoscere le aule delle «direttissime» al piano terra del palazzo di giustizia di Milano. È lì che arriva Saidi in manette giovedì mattina, ed è da lì che esce senza manette poche ore dopo. Sono le aule dove approda la risacca notturna della città, i crimini cui danno la caccia gli equipaggi delle Volanti: spacciatori, ladri d’appartamento, piccoli rapinatori.
A sostenere l’accusa un magistrato onorario, un precario pagato a cottimo.
Al giudice il compito arduo di decidere al volo se l’accusato che gli sta davanti è un disgraziato da liberare o un delinquente di mestiere da spedire in cella. Quando è il turno di Saidi, un poliziotto racconta al giudice cosa è successo: lo hanno fermato alle cinque del mattino, mentre sfondava le auto vicino a Porta Venezia per rubare quel che capitava. Danneggiamento, tentato furto.
Probabilmente non ci sarebbe il motivo di tenerlo in cella.
Ma nel rapporto dei poliziotti c’è un dettaglio in più: addosso Saidi aveva già altra refurtiva, roba presa da un’auto scassinata a qualche chilometro di distanza. Furto aggravato, tentato furto, danneggiamento: e soprattutto il rischio concreto che appena liberato l’uomo torni a colpire, anche perché - come spiega lui stesso al giudice - non ha un lavoro. Ci sarebbero tutti gli estremi per tenerlo in carcere. Ma il giudice lo libera. Avrà pesato il fatto che è incensurato. Avranno pesato le condizioni inumane che lo avrebbero atteso a San Vittore. Sta di fatto che lo mettono fuori. Quasi surreale l’unica misura cautelare che gli impone il giudice: divieto di restare a Milano.
Ma chi lo controlla? Che senso ha dare un divieto di dimora a uno senza fissa dimora? Infatti Saidi ad andarsene da Milano non ci pensa neanche e torna a vagare per la città. Fino a riapparire, poche ore dopo, nella stazione del metrò di piazza del Duomo.
Dove scatena l’orrore.
Domanda inevitabile: non poteva pensarci la polizia? Giovedì, dopo l’udienza che scarcera Saidi, perché non è stata la Questura a prenderlo in carico, e a trasferirlo nel centro di identificazione e di espulsione di via Corelli, il Cie, in attesa di imbarcarlo su un volo per Algeri? E qui la risposta costringe a infilarsi nei meandri imperscrutabili della giustizia, che a volte sembrano fatti più per complicare che per risolvere. Saidi non è stato portato al Cie per il semplice motivo che non poteva essere espulso. E non poteva essere espulso, pur essendo clandestino e delinquente, perchè il giudice gli aveva concesso i «termini a difesa». Per consentirgli di discolparsi delle accuse è stata fissata un’altra udienza, il prossimo 17 settembre (con calma, perchè le ferie incombono).
Quindi fino a settembre Saidi aveva il diritto di restare in Italia, in attesa di un’udienza cui non si sarebbe mai presentato. Non è automatico, non è sempre così. In altri casi, nella stessa udienza in cui il giudice convalida il fermo rilascia il nulla osta per l’espulsione, e dal palazzo di giustizia l’imputato viene spostato direttamente in via Corelli. Stavolta no.
C’è andata di mezzo una ragazza di ventitré anni, che si porterà a lungo le ferite nel volto e nell’anima. Poteva andare peggio, vista la rabbia folle che ha armato la mano di Saidi nel mezzanino del metrò.
Poteva anche colpirla alla gola e ammazzarla. Così, senza senso, per rabbia.
Ma lì, nella catena di montaggio dell’aula delle direttissime, chi poteva prevederlo? Perché, come dice un collega del giudice, «col senno di poi siamo tutti bravi».