Ben Gvir, l'estremista provocatore che serve ancora a Bibi

Scritto il 21/05/2026
da Gaia Cesare

Sua la nuova legge sulla pena di morte per i terroristi. Quei pericolosi blitz al Tempio

Provocatore nato, re dello scontro verbale e mediatico, Itamar Ben Gvir, oggi ministro della Sicurezza nazionale in Israele, ama muoversi costantemente a favore di obiettivi e telecamere. È una volpe della politica. Astuto, ironico e informale per i suoi sostenitori, che lo considerano emblema dell'identità nazionale, religiosa e securitaria, oltre che argine contro Hamas e il terrorismo palestinese. Cinico, arrogante e razzista per i suoi detrattori, sempre più numerosi nel mondo, che lo reputano un estremista politico e religioso, l'anima nera del governo Netanyahu.

Nato a Gerusalemme da immigrati ebrei iracheni, non religiosi, da ragazzo Ben Gvir girava con la pistola in tasca e amava esibirla. A 14 anni fu fermato dalla polizia per disturbo della quiete pubblica, resistenza a pubblico ufficiale e blocco stradale abusivo durante i picchetti di protesta organizzati dal movimento Kach, poi messo al bando in Israele come organizzazione terroristica. A 18 anni fu escluso dall'esercito perché ritenuto ideologicamente "troppo estremista". A 19 anni, subito dopo la firma degli accordi di pace di Oslo e due settimane prima che Yitzhak Rabin venisse ucciso, esibì davanti alle telecamere lo stemma della Cadillac blindata del premier israeliano e tuonò: "Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui". Allora Ben Gvir sventolava lo slogan "Morte agli arabi". Oggi il leader del partito di estrema destra "Potere ebraico" (Otzma Yehudit), ultranazionalista e sionista religioso, riferimento dei coloni israeliani, è ministro della Sicurezza nazionale nel sesto governo di Benjamin Netanyahu, considerato il più a destra della storia di Israele. Prima di assumere l'incarico - era il 2020 - pensò bene di rimuovere dal salotto di casa il ritratto del terrorista ebreo Baruch Goldstein, che uccise 29 fedeli musulmani palestinesi a Hebron, nel massacro della Tomba dei Patriarchi del 1994. Il suo motto adesso è "morte ai terroristi", con il quale intende però i terroristi palestinesi. Non a caso, il 6 maggio, ha festeggiato 50 anni con cappio e pistola disegnati sulla torta, per celebrare anche la legge che ha appena introdotto la pena di morte per i reati di terrorismo, una misura che Ben Gvir ha voluto con tutte le sue forze. Nel 2021, 14 anni dopo una condanna per incitamento al razzismo, allestì un ufficio di fortuna a Gerusalemme Est, in segno di solidarietà ai coloni ebrei, e litigò durante una visita a un operativo di Hamas in sciopero della fame, dove era andato per "vedere da vicino questo miracolo di una persona che rimane in vita nonostante non mangi da diversi mesi". L'anno dopo, durante gli scontri tra coloni e residenti palestinesi nel quartiere di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, arma sempre in pugno, invitò la polizia a sparare ai palestinesi che lanciavano pietre mentre urlava: "Siamo i padroni di casa qui, ricordatelo, io sono il vostro padrone di casa".

Rissosità strategica, assenza di filtri ed estremismo politico-religioso sono i tratti di Ben Gvir, condensati nelle sue numerose camminate al Monte del Tempio, la Spianata delle Moschee per i musulmani, dove agli ebrei è consentita la visita in orari prestabiliti, ma è vietata la preghiera pubblica (nella foto). E quei tratti si sono acuiti dopo il massacro islamista di Hamas il 7 ottobre in Israele. Ben Gvir ha sostenuto che la guerra offre l'opportunità di "incoraggiare l'emigrazione" dei palestinesi da Gaza e di rioccupare stabilmente la Striscia. Ha dichiarato che non c'è motivo di far entrare cibo o aiuti umanitari a Gaza, definendo l'invio di forniture un errore e un danno per i soldati israeliani. Ha minacciato più volte di far cadere il governo in caso di accordo di tregua troppo favorevole ad Hamas e di fronte all'ipotesi di nascita di uno Stato palestinese.

I sondaggi dicono che il consenso a favore del suo partito, Potere ebraico, è ancora saldo, seppur limitato. Che le elezioni anticipate verso le quali si dirige Israele a settembre potrebbero vedere la riconferma dei suoi 6 attuali seggi. A differenza dell'altro leader di estrema destra, Bezalel Smotrich, il cui partito Sionismo Religioso potrebbe non superare la soglia di sbarramento, oggi come nel 2022 Ben Gvir potrebbe ancora essere decisivo per un nuovo governo Netanyahu.