Chi si rivolge al "sindacato" lo fa perché, a fronte del pagamento volontario decurtato direttamente dalla busta paga, ha bisogno di aiuto. Il sindacato esiste per difendere gli interessi professionali, economici e sociali dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro e dello Stato e per dare appoggio ai suoi patrocinati. Per appoggio però non si intende che la mano di un sindacalista si appoggi sul seno di una hostess. Quello è un altro tipo di appoggio, non previsto, almeno che io sappia, da nessuno statuto sindacale. E infatti la hostess, che si era rivolta all'allora sindacalista per una questione lavorativa e del quale si era ritrovate le mani dentro la camicetta, lo ha denunciato per violenza. Che un palpeggiamento non possa essere annoverato fra le classiche "tutele sindacali" non è così "insindacabile", e così ci sono voluti 8 anni e il secondo grado d'appello per dare ragione alla querelante e condannare il sindacalista poliposo a un anno e 2 mesi per violenza sessuale. In primo grado invece la corte aveva assolto l'imputato con la bislacca teoria che nei 30 secondi in cui l'uomo si era avvicinato da dietro la donna avrebbe potuto manifestare il proprio dissenso e opporsi alla molestia. Ma 30 secondi possono essere brevi, o lunghissimi: se tu ti rivolgi a qualcuno in cerca di aiuto, e questo qualcuno, forse particolarmente gentile ti dice "calma, stai calma, sei troppo tesa", e ti si avvicina da dietro e ti comincia a massaggiare la nuca, e tu gli vorresti dire "no grazie, sto bene così con la mia cute tesa" ma non lo dici perché non vuoi rischiare di offenderlo e rischiare che lui poi ti aiuti meno volentieri o che metta la tua pratica in stand by e tu non te lo puoi permettere, e chiudi gli occhi e pensi "va beh, ora smetterà" ma lui continua e arriva a scivolarti fino al seno e solo allora tu ti divincoli e gli dici "ma che co stai facendo?", ecco, questi sono 30 secondi lunghi. Come lunghi sono gli anni durante i quali la hostess ha dovuto pagare il prezzo per la sua "spavalderia", perché forte dell'assoluzione il sindacalista favorito dai colleghi forse compagni di merende ha commesso la "violenza nella violenza": lei era la bugiarda simulatrice, lui la vittima.