I social spaccati tra fanatismo religioso e accuse di razzismo

Scritto il 21/05/2026
da Francesca Galici

Sono tanti i punti di vista che emergono dai commenti all’attentato di Modena, tra chi ipotizza il radicalismo e chi tira in mezzo la Palestina

I fatti di Modena sono oggetto di indagini ancora oggi. Per il gip, dietro il gesto di Salim El Koudri, non c’è il disagio psichico, che esiste, come documentano le cure effettuate dal 31enne nato nella bergamasca, ma non è direttamente collegato all’attentato. Cosa ci sia dietro non è ancora noto, gli investigatori stanno analizzando i numerosi device dell’uomo, i taccuini in arabo e tutto ciò che potrebbe fornire risposte su un gesto che, per quanto per ora il terrorismo sia stato escluso, lo richiama molto da vicino, ricalcando nelle modalità la car jihad diffusa in Europa.

La notizia dell’attentato ha superato i confini e non è arrivata solamente in Europa, nei Paesi confinanti, ma anche in Nord Africa e, in generale, in tutto il Continente, dove hanno commentato i fatti, con punti di vista molto meno edulcorati rispetto a quelli delle nostre latitudini. “Un radicalizzato che ha capito bene l'insegnamento dell'Islam. Farla finita con i kuffar (infedeli)”, scrive un utente a commento del video dell’orrore in cui si vede l’auto che colpisce i pedoni. “Viva la Palestina Fanculo Israele, perché l'Italia sostiene la Palestina la feccia inizia a piantare grane per incastrare i musulmani”, si legge in un altro commento. “I marocchini con la loro spietatezza…”, scrive un altro. El Koudri è italiano, naturalizzato fin dall’età di 14 anni e con doppio passaporto, e non è comunque giusto generalizzare come ha fatto questo utente. “Perché i magrebini si comportano così nei confronti degli altri?”, scrive un utente, anche lui generalizzando. Una domanda a cui ha risposto un’altra persona, trovando quasi una giustificazione: “Perché gli altri nascono razzisti”.

Nulla può giustificare quanto fatto da El Koudri, questo è stato specificato da tutte le parti. Non ci sono elementi che possano sminuire quel che è successo anche se da alcuni comunicati, benché si ribadisca questo concetto, si cerca comunque di spiegare, dare un motivo e, soprattutto, colpevolizzare la società e l’Italia. Uno di questi arriva da una pagina social gestita da italiani di seconda generazione e rivolta allo stesso gruppo di persone. “Salim era cresciuto nel bergamasco. In quella parte d'Italia dove i partiti contro l'immigrazione trionfano da decenni, dove il razzismo non è un'eccezione ma un clima — si respira al bar di provincia, alle poste, nella piazza del paese. Un territorio che non è mai stato neutro per chi ci nasce figlio di qualcuno arrivato da altrove. Il razzismo che Salim ha attraversato fin da piccolo non è quello delle parole urlate, necessariamente”, si legge nel comunicato. “E quello più difficile da nominare e da provare — quello che ti dice ogni giorno, in mille modi diversi, che sei fuori posto. Non per quello che fai. Per quello che sei. Questa pressione non spiega tutto. Non giustifica niente. Ma esiste, e fingere che non esista è un modo per non fare i conti con quello che produciamo, come società, nelle vite di chi cresce dentro un razzismo strutturale che non ha mai smesso di escluderlo”, si legge ancora.